di Antonietta Meringola
E' stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente; per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all'inchiesta a puntate "Viaggio nel Sud" e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. E' di origine meridionale: pugliese doc. E' autore di "Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" (Piemme Edizioni, 2010). E mentre ci si prepara a festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia, è Pino Aprile che fa il punto della situazione. Percorre, in lungo e in largo, i fatti storici che portarono all'unificazione della penisola. Quantifica le vicende senza appesantirle. Cambia la prospettiva di vedere le cose. Riflette e fa riflettere su un percorso fatto di conoscenza. Riannoda gli eventi. E parla. Parla con il Nord e con il Sud. Arringa con Caino e con Abele, e nel contempo continua a discorre con gli italiani che"vanno al Nord in cerca di soldi; al Sud in cerca dell'anima. All'estero smettono di essere meridionali o settentrionali e diventano solo italiani..."
Il titolo della sua opera, "Terroni", nasce come titolo provocatorio oppure è solo un termine che vuole "riassumere" il contenuto del libro?
L'una e l'altra cosa: provocare e riassumere. "Terroni" ha diversi pregi: è una parola sola; sintetizza (per le connotazioni denigratorie) il cattivo sentimento di una parte dei settentrionali, nei confronti dei meridionali (dalla disistima non dichiarata al razzismo palese); ed esprime la rivendicazione del diritto al rispetto, che deve cominciare dalle parole.
Secondo lei, chi ha scritto veramente la storia dell' Unità d'Italia?
Tanti. Ma si fa fatica a farla arrivare sui banchi di scuola, a farla diventare la storia degli italiani. Chi cercò di raccontare le cose, in Parlamento, nell'imminenza dei fatti, fu zittito o dovette abbandonarlo. Da allora a oggi, molti testi hanno descritto quel che accadde e, in questi 150 anni, la discriminazione del Sud, nella realizzazione di infrastrutture, investimenti pubblici... Ma tranne due brevi periodi agli albori del '900 e nel secondo dopoguerra, non è servito quasi a nulla.
Come spiega il "gap" esistente tra il Risorgimento da lei raccontato e quello che tutti noi e migliaia di giovani ancora oggi studiano a scuola?
Tutti i Paesi, i popoli costruiscono la propria identità su miti, intendendo con questo una rappresentazione eroica della propria storia. L'Italia non è da meno. Con un po' di esagerazione. Ma il modo in cui fu unito il Paese è così spaventoso, che la verità avrebbe potuto distruggere una costruzione tanto forzata e fragile, se per compierla ci vollero una decina di anni di guerra civile, stragi, rappresaglie contro la popolazione, arresti, fucilazioni di massa. Poi vennero la prima guerra mondiale, il caricaturale ipernazionalismo fascista, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione del Paese, la strategia della tensione, gli anni di piombo... Come dire: sempre un problema più attuale ne nascondeva uno più antico. L'aggressione razzista della Lega contro il Mezzogiorno ha dato legittimità a pregiudizi antimeridionali sempre esistiti e colmato la misura, sino a suscitare la reazione del Sud, con la riscoperta e la rivalutazione della storia dimenticata. Insomma: il Paese che ha cercato di salvare la sua precaria unità (pur necessaria, utile) mentendo sulla sua nascita, rischia di spezzarsi per le conseguenze delle menzogne sulla sua stessa nascita.
Perchè, secondo lei, tutto ciò che si è fatto al Sud con i soldi della Cassa del Mezzogiorno è stato definito come "intervento straordinario"? Che cosa c'è di straordinario nella costruzione di una scuola o di una strada?
Nulla. La Cassa, partita con le migliori intenzioni (com'è dimostrato dagli ottimi risultati conseguiti dalla Cassa nella prima parte della sua storia), è diventata uno dei tanti inganni di cui è vittima il Sud. Di straordinario, nel Meridione, c'è l'assenza totale di equità, nella dotazione di infrastrutture. E non solo. Nella sua riduzione a colonia interna al servizio e beneficio del Nord.
Ha senso oggi, continuare a far finta che certe cose non siano mai accadute? E che i "guai" del Sud (come molti pensano) siamo strettamente legati alla presenza sul territorio di organizzazioni criminali?
Le organizzazioni mafiose sono parte del sistema; di questo sistema. L'ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, nel suo progetto di Italia divisa in tre, proponeva la consegna del Sud alla mafia, quale organizzazione diffusa sul territorio e con capacità di governarlo. I guai del Sud sono nella e derivano dalla condizione subordinata imposta con le armi, con le leggi e accettata da chi è stato condannato a subirla.
Quale è la "novità" che il suo libro regala ai lettori?
La cosa che è narrata davvero per la prima volta è il meccanismo psico-sociale, in forza del quale è stata costruita la condizione di minorità del Meridione e dei meridionali. I quali l'hanno vissuta e la vivono come connaturata alla propria indole. Una colossale sciocchezza. Ma difficile da smontare.
Perchè ha scritto "Terroni"?
Come per tutti gli altri miei libri, avevo delle domande; cercavo delle risposte.
Scritto il 26.01.11 alle 10:37

Punto di incontro di strade che si intersecano e si rincorrono. Un crocevia di fermate di autobus e di tram. Una libreria e un teatro. Uno spazio che acquista significato profondo nell’attimo in cui si sposta lo sguardo un pò più in là. Oltre il luogo dell’attesa, oltre lo spazio aperto a tutti. Una balaustra che delimita un’area collocata al di sotto del manto stradale. Una piazza dai natali famosi e dalla storia antica. Una storia che ripercorre sul luogo dell’ assassinio dell’imperatore Cesare e della colonia di gatti più famosa di Roma che oggi hanno occupato l’intera area, un arco temporale di secoli. Siamo nel cuore della Capitale a due passi dal
Quattro templi (individuabili con le lettere dell’alfabeto A, B, C, D) che rappresentano il complesso più importante di edifici sacri d'età repubblicana media e tarda; la porticus Minucia, l'Hecatostylum, la curia di Pompeo, le latrine, gli uffici e i depositi di epoca imperiale. Un complesso definito e definibile attraverso strati sopraelevati che identificano soprattutto il periodo storico di appartenenza dei vari elementi. Siamo in età imperiale e su una vasto piano di campagna si costruisce una piazza a lastre di tufo, dove verso la fine del IV secolo inizio III secolo a.C. viene edificato il tempio C; intorno alla metà del III secolo a.C. viene costruito, invece, il tempio A; mentre, il terzo ad essere eretto, all’inizio del II secolo a.C. , è il tempio D. E probabilmente, a seguito dell’incendio che divampò nell’area, intorno al 111 a.C., l’intera zona venne sopraelevata di 1,40 metri e lo spazio tra il tempio A e C fu occupato da una costruzione a forma circolare identificata come tempio B. Per i quattro templi non esiste alcuna certezza su “a chi fossero dedicati”.
Il tempio C, il più antico dei quattro è, probabilmente, dedicato a
Un antico opificio dimesso. Una fabbrica tessile non più funzionante. Insomma, degli edifici industriali, non più attivi già durante lo scorso millennio, su cui si sperimentano forme contrastanti in convivenza architettonica, fa parlare di “archeologia industriale”. Che cosa succede se si prende uno di questi ex fabbricati, per esempio, uno di quelli che a Roma si affacciano sul Lungotevere dei Papareschi, lo si svuota dal suo contenuto “produttivo” e lo si riempie di mobilia culturale, recuperandone in toto l’involucro? Il risultato è eccezionale. Il paesaggio urbano acquista una nuova valenza mentre la collettività ne può assaporare la sua inebriante e surreale dimensione.
Ed è proprio quello che è stato fatto. Siamo a Roma, sull’altra sponda del Tevere rispetto al Gazometro, nei pressi di Viale Marconi. E siamo di fronte all’ex fabbrica della Mira Lanza che dopo il processo di “svuotamento-riempimento” si è trasformata in un teatro e il suo nome, oggi, è Teatro India.
Uno spazio, quest’ultimo, confortevole anche per il “caldo” pavimento a parquet adatto per la danza. Una sala interessante e importante soprattutto per i suoi 8,60 metri di larghezza e i 47 metri di lunghezza. E questa è la sala prove del Teatro di Roma: capiente, attrezzata e facilmente raggiungibile da chi sta lavorando nelle altre due sale e la cui struttura è, comunque, molto semplice: i posti per gli spettatori sono stati sistemati su gradoni realizzati ad hoc.

