venerdì 4 febbraio 2011

Pino Aprile: "Di straordinario, nel Meridione, c'è l'assenza totale di equità, nella dotazione di infrastrutture"


di Antonietta Meringola    
E' stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente; per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all'inchiesta a puntate "Viaggio nel Sud" e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. E' di origine meridionale: pugliese doc. E' autore di "Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" (Piemme Edizioni,  2010). E mentre ci si prepara a festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia, è Pino Aprile che fa il punto della situazione. Percorre, in lungo e in largo, i fatti storici che portarono all'unificazione della penisola. Quantifica le vicende senza appesantirle. Cambia la prospettiva di vedere le cose. Riflette e fa riflettere su un percorso fatto di conoscenza. Riannoda gli eventi. E parla. Parla con il Nord e con il Sud. Arringa con Caino e con Abele, e nel contempo continua a discorre con gli italiani che"vanno al Nord in cerca di soldi; al Sud in cerca dell'anima. All'estero smettono di essere meridionali o settentrionali e diventano solo italiani..."
Il titolo della sua opera, "Terroni", nasce come titolo provocatorio  oppure è solo un termine che vuole "riassumere" il contenuto del libro?
L'una e l'altra cosa: provocare e riassumere. "Terroni" ha diversi pregi: è una parola sola; sintetizza (per le connotazioni denigratorie) il cattivo sentimento di una parte dei settentrionali, nei confronti dei meridionali (dalla disistima non dichiarata al razzismo palese); ed esprime la rivendicazione del diritto al rispetto, che deve cominciare dalle parole.
Secondo lei, chi ha scritto veramente  la storia dell' Unità d'Italia?
Tanti. Ma si fa fatica a farla arrivare sui banchi di scuola, a farla diventare la storia degli italiani. Chi cercò di raccontare le cose, in Parlamento, nell'imminenza dei fatti, fu zittito o dovette abbandonarlo. Da allora a oggi, molti testi hanno descritto quel che accadde e, in questi 150 anni, la discriminazione del Sud, nella realizzazione di infrastrutture, investimenti pubblici... Ma tranne due brevi periodi agli albori del '900 e nel secondo dopoguerra, non è servito quasi a nulla.
Come spiega il "gap" esistente tra il Risorgimento da lei raccontato e quello che tutti noi e migliaia di giovani ancora oggi studiano a scuola?
Tutti i Paesi, i popoli costruiscono la propria identità su miti, intendendo con questo una rappresentazione eroica della propria storia. L'Italia non è da meno. Con un po' di esagerazione. Ma il modo in cui fu unito il Paese è così spaventoso, che la verità avrebbe potuto distruggere una costruzione tanto forzata e fragile, se per compierla ci vollero una decina di anni di guerra civile, stragi, rappresaglie contro la popolazione, arresti, fucilazioni di massa. Poi vennero la prima guerra mondiale, il caricaturale ipernazionalismo fascista, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione del Paese, la strategia della tensione, gli anni di piombo... Come dire: sempre un problema più attuale ne nascondeva uno più antico. L'aggressione razzista della Lega contro il Mezzogiorno ha dato legittimità a pregiudizi antimeridionali sempre esistiti e colmato la misura, sino a suscitare la reazione del Sud, con la riscoperta e la rivalutazione della storia dimenticata. Insomma: il Paese che ha cercato di salvare la sua precaria unità (pur necessaria, utile) mentendo sulla sua nascita, rischia di spezzarsi per le conseguenze delle menzogne sulla sua stessa nascita. 
Perchè, secondo lei, tutto ciò che si è fatto al Sud con i soldi della Cassa del Mezzogiorno è stato definito come "intervento straordinario"? Che cosa c'è di straordinario nella costruzione di una scuola o di una strada?
Nulla. La Cassa, partita con le migliori intenzioni (com'è dimostrato dagli ottimi risultati conseguiti dalla Cassa nella prima parte della sua storia), è diventata uno dei tanti inganni di cui è vittima il Sud. Di straordinario, nel Meridione, c'è l'assenza totale di equità, nella dotazione di infrastrutture. E non solo. Nella sua riduzione a colonia interna al servizio e beneficio del Nord.  
Ha senso oggi, continuare a far finta che certe cose non siano mai accadute? E che i "guai" del Sud (come molti pensano) siamo strettamente legati  alla presenza sul territorio di organizzazioni criminali?
Le organizzazioni mafiose sono parte del sistema; di questo sistema. L'ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, nel suo progetto di Italia divisa in tre, proponeva la consegna del Sud alla mafia, quale organizzazione diffusa sul territorio e con capacità di governarlo. I guai del Sud sono nella e derivano dalla condizione subordinata imposta con le armi, con le leggi e accettata da chi è stato condannato a subirla. 
Quale è la "novità" che il suo libro regala ai lettori?
La cosa che è narrata davvero per la prima volta è il meccanismo psico-sociale, in forza del quale è stata costruita la condizione di minorità del Meridione e dei meridionali. I quali l'hanno vissuta e la vivono come connaturata alla propria indole. Una colossale sciocchezza. Ma difficile da smontare.

Perchè ha scritto "Terroni"? 
Come per tutti gli altri miei libri, avevo delle domande; cercavo delle risposte.


Scritto il 26.01.11 alle 10:37

mercoledì 27 ottobre 2010

La rivista RomaDentro e l'intervista a Silvia Giacomini

Articolo pubblicato su Rivista Omero:

Silvia Giacomini: "RomaDentro si struttura come un raccoglitore di informazioni"   
di Antonietta Meringola


 "Un giornale per non sbagliare indirizzo", "S.O.S. primi giorni", "La scuola dietro le sbarre" e "Valigie borse e portafogli vendesi". Questi sono solo alcuni dei titoli apparsi sulla rivista "RomaDentro" nata e distribuita all'interno degli Istituti Penitenziari Romani e dislocata anche all'esterno attraverso un sistema di mailinglist. Silvia Giacomini, in qualità di Segreteria di Redazione di "RomaDentro",  dipinge di colori ora accesi ora tenui il contesto entro cui l'editoriale nasce e si sviluppa anno dopo anno. Un vissuto trascritto a riempire  pagine bianche  che racconta quel quotidiano, che ruota intorno alle carceri romane, e che scandisce a volte  momenti di comunione collettiva: lavorare insieme, fare teatro e studiare laddove non è possibile abolire le chiavi della reclusione ma è possibile, invece, creare spazi di vita. 

Quando nasce il bimestrale "RomaDentro"?
"RomaDentro" nasce formalmente nel 2008, grazie al contributo del Comune di Roma Dipartimento Promozione dei servizi Sociali e della salute/U.O. Inclusione Sociale - Ufficio per i detenuti ed ex. L'idea però viene alla luce molto prima, all'interno di uno spazio chiamato "Giornalino" che l'Associazione promuove nella Casa Circondariale di Rebibbia Femminile da oltre venti anni.

L'esigenza di un mezzo di informazione come questo è legata a un evento particolare?
E' proprio nella Casa Circondariale di Rebibbia Femminile che tutti i lunedì ci incontriamo con le donne provenienti dalle varie sezioni dell'istituto per confrontarci e discutere su tematiche di attualità. E' questo il contesto in cui nasce l'esigenza di una pagina informativa in cui riportare, rendere visibili ed accessibili le varie notizie relative al mondo della detenzione, partendo dai servizi e dai progetti esistenti per arrivare alle voci diffuse dalla cosiddetta "radio carcere".

Su quali elementi è nata la rivista?
"RomaDentro" è un contenitore dell'universo penitenziario, uno strumento dedicato alla popolazione detenuta che fosse di raccordo sulla realtà romana. Su queste basi abbiamo progettato il foglio notizie, da e per i quattro istituti  romani, in cui legare la voce e le opinioni dei detenuti riguardo a notizie di attualità e a temi sociali di interesse comune e specifico con informazioni pratiche sui servizi e le attività esistenti in carcere offerti dall'amministrazione pubblica e/o dal terzo settore.

Che tipo di notizie si trovano sfogliando le pagine  del giornale?
"RomaDentro" rileva per prima cosa tutto quello che gira intorno al mondo dei quattro penitenziari romani, attraverso le rubriche dedicate ai singoli istituti in cui è possibile rintracciare i servizi offerti alla popolazione detenuta e i tempi e le modalità per accedervi.

Ci sono anche articoli di approfondimento? Di cosa trattano?
Gli articoli di approfondimento si occupano invece di eventi, progetti e tematiche che ruotano intorno al mondo carcerario mentre i numeri monografici sono approfondimenti su argomenti ritenuti importanti e di interesse comune. Nel corso di questi tre anni sono state tante le tematiche che abbiamo sviluppato, dall'immigrazione, alle donne e alle novità legislative.

Si affrontano, quindi, argomenti che riguardano anche le  novità legislative che  interessano il mondo penitenziario?
Assolutamente sì. Nel corso di questi tre anni abbiamo trattato e approfondito tutte le modifiche o le nuove leggi che hanno riguardato direttamente o trasversalmente i detenuti. Siamo molto attenti a proporre un'informazione chiara e corretta sul carcere, per provare ad intervenire sul circuito di notizie imprecise o erronee che di sovente circolano all'interno degli istituti.

Che tipo di funzione vuole avere, dentro le mura degli Istituti, il giornale?
"RomaDentro" si struttura come un raccoglitore di informazioni. La funzione in quest'ottica è quello di fornire un servizio e di ottemperare a una mancanza che, come associazione Ora d'Aria, abbiamo spesso osservato: la frammentarietà del mondo dell'associazionismo e del cooperativismo sociale all'interno degli istituti di pena e la conseguente difficoltà del detenuto ad orientarsi tra i servizi.

Quindi, sostanzialmente, quale è lo scopo di RomaDentro?
Lo scopo è quello di promuovere un dialogo tra tutti gli attori che operano nelle carceri e rendere maggiormente informata la popolazione detenuta, soprattutto coloro che entrano per la prima volta e non sanno ciò a cui possono accedere. Infatti al primo ingresso il meccanismo di prima informazione del singolo è unicamente il passaparola.

E fuori dalle mura delle mura delle carceri che funzione vuole avere?
All'esterno, invece, il significato dello strumento "RomaDentro" è definire un quadro dell'esistente nei penitenziari per creare una comunicazione nel terzo settore e nell'amministrazione pubblica e per sensibilizzare la realtà esterna.


Che cosa rappresenta per i detenuti  quest'organo di informazione?
Negli istituti penitenziari esistono molti giornali redatti dai detenuti. "RomaDentro" non si allinea in quest'ottica, è infatti da considerare come strumento operativo. Per la popolazione detenuta è diventato un punto di riferimento per informarsi.

Come viene prodotto il giornale?
"RomaDentro" viene prodotto grazie al contributo del Comune di Roma e alle forze del volontariato che hanno sempre sostenuto e portato avanti il progetto. Il foglio notizie si avvale della collaborazione di due redazioni interne agli istituti, lo spazio del Giornalino di Rebibbia Femminile e il Gruppo Universitario Carcerecultura di Rebibbia Reclusione. Gli altri istituti collaborano attraverso il coinvolgimento di singole persone detenute e grazie ai volontari dell'associazione che curano il rapporto con le direzioni, le aree educative e i detenuti.

Quante copie ne vengono stampate e come viene distribuito?
"RomaDentro" è stampato in migliaia di copie e interamente distribuito negli istituti di pena romani (come recita il sottotestata). Viene inoltre diffuso all'esterno attraverso una mailinglist di settore.

Cosa è divenuto, oggi, "RomaDentro"?
Oggi è un trimestrale. Questa la veste che abbiamo voluto dargli alla sua terza annualità, in virtù del fatto che lo strumento è ormai conosciuto, adottato e utilizzato e  questa veste ci consente di dedicare più spazio ai numeri monografici, numeri speciali di approfondimento che accompagnano le uscite ordinarie.

mercoledì 20 ottobre 2010

Per chi non conosce l'Area Sacra di Largo di Torre Argentina.

Articolo pubblicato su EZ Rome, 21 Ottobre, 2010 :


A Largo di Torre Argentina per i quattro templi dell’Area Sacra 





area_sacra_di_largo_ArgentinaPunto di incontro di strade che si intersecano e si rincorrono. Un crocevia di fermate di autobus e di tram. Una libreria e un teatro. Uno spazio che acquista significato profondo nell’attimo in cui si sposta lo sguardo un pò più in là. Oltre il luogo dell’attesa, oltre lo spazio aperto a tutti. Una balaustra che delimita un’area collocata  al di sotto del manto stradale. Una piazza dai natali famosi e dalla storia antica. Una storia che ripercorre  sul luogo dell’ assassinio dell’imperatore Cesare e della colonia di gatti più famosa di Roma che oggi hanno occupato l’intera area, un arco temporale di secoli. Siamo nel cuore della Capitale a due passi dal Colosseo, dall’Altare della Patria, e dall’Isola Tiberina. Siamo a Largo di Torre Argentina e stiamo ammirando il complesso archeologico denominato “Area Sacra”. Per questo luogo, dove il tempo ha nascosto il suo passaggio sotto strati di terra e di detriti e che la paziente opera dell’uomo ha rispolverato dell’ingombrante fardello di superflui sedimenti, sono state riconosciute le fasi principali di costruzione, tutte datate con relativa esattezza. E come un sipario “tirato su”, oggi, il passante-turista-spettatore ne può ammirare le antiche vestigia.


Largo_torre_argentina_PIANTAQuattro templi (individuabili con le lettere dell’alfabeto A, B, C, D) che rappresentano il complesso più importante di edifici sacri d'età repubblicana media e tarda; la porticus Minucia,  l'Hecatostylum, la curia di Pompeo, le latrine, gli uffici e i depositi di epoca imperiale. Un complesso definito e definibile attraverso strati sopraelevati che  identificano soprattutto il periodo storico di appartenenza dei vari elementi. Siamo in età imperiale e su una vasto piano di campagna si costruisce una piazza a lastre di tufo, dove verso la fine del IV secolo inizio III secolo a.C. viene edificato il tempio C; intorno alla metà del III secolo a.C. viene costruito, invece, il tempio A; mentre, il terzo ad essere eretto, all’inizio del II secolo a.C. , è il tempio D. E probabilmente, a seguito dell’incendio che divampò nell’area, intorno al 111 a.C., l’intera zona venne sopraelevata di 1,40 metri e lo spazio tra il tempio A e C fu occupato da una costruzione a forma circolare identificata come tempio B. Per i quattro templi non esiste alcuna certezza su “a chi fossero dedicati”.

Fatto sta che il tempio A, in origine era un piccolo tempio, con una coppia di colonne davanti e con un podio alto dieci piedi. Sulla sua platea, in tufo, poggiava un altare in piperino (visibile, oggi, solo parzialmente). La platea venne, poi,  ricostruita una seconda volta, sulla prima, e sempre in tufo, con un altare in opus caementicium, corrispondente al pavimento della porticus Minucia. All’epoca di Silla il tempio venne rifatto completamente con l’aggiunta di un colonnato, tutto intorno all’antica struttura, a capitelli in travertino e fusti in tufo.

Il tempio B è il più recente dei quattro ed è l’unico a pianta circolare. Oltre al basamento, oggi, restano in piedi solo sei  di tutte le colonne  che ornavano il perimetro della costruzione. Anche le colonne di questo tempio sono in tufo coperte di stucco; mentre, le  basi e i capitelli sono in marmo. Lavori fatti in un periodo successivo, non databile con precisione, vede la costruzione di pareti tra colonna e colonna  secondo la tipologia dei templi pseudoperiteri.

Largo_argentina_tempio_AIl tempio C, il più antico dei quattro è, probabilmente, dedicato a Feronia, l'antica dea italica della fertilità protettrice dei boschi e delle messi. Il tempio poggia su un altissimo podio in tufo (alto circa 3,8 metri), concluso in alto da una modanatura semplice di gusto arcaico. La pianta vede il tempio circondato da colonne solo nella zona facciale e non sul retro. Le pareti della cella sono in mattoni, i resti dell'altare in piperino e al primo pavimento se ne sostituì un secondo e un terzo, a seguito dell’incendio del 111 a.C.. A quest’ultimo,  notevolmente più alto degli altri due,  venne aggiunto un mosaico a tessere bianche e nere all'interno della cella del tempio.

Il tempio D, infine, è il più grande dei quattro. Solo una parte di questo tempio è stata scoperta, lasciando il resto sotto il piano stradale di via Florida. La pianta della struttura è piuttosto arcaica, con una grande cella rettangolare. Oggi, è visibile solo il podio in travertino.

Altri elementi sono osservabili all’interno dell’Area Sacra. Nella zona est sono visibili dei resti della Porticus Minucia; mentre, nella zona nord fanno capolino alcune tracce del grande portico Hecatostylum, cioè delle cento colonne. A ovest, alle spalle dei templi B e C, si può osservare un grosso basamento in tufo, che con grande probabilità era parte integrante della base della Curia di Pompeo, cioè il luogo dove si riunivano i senatori di Roma e dove il 15 marzo del 44 a.C. venne ucciso Giulio Cesare.

Nel corso dei secoli le masse murarie più solide, appartenenti a quest’area, furono utilizzate per la creazione di campi fortificati con residenze turrite di potenti famiglie romane in lotta tra di loro.

All’inizio del secolo scorso, dopo un tempo inestimabile attraverso cui l’area subì pesanti cambiamenti, furono iniziati dei lavori per il congiungimento di via Arenula con il Corso Vittorio Emanuele II, ma nell’affrontare quest’intervento, si ebbe anche la consapevolezza che sarebbero andati distrutti edifici di grande importanza archeologica.

Tutta l'Area Sacra, rischiò anche di essere distrutta per la costruzione di grossi palazzi ad opera dell'Istituto Romano dei Beni Stabili, proprietario dell'area, in base ad una convenzione con il Comune.

Le demolizioni iniziarono nel 1927 con l'abbattimento della chiesa cinquecentesca di S.Nicola de' Cesarini.  E fu così che venne alla luce il complesso archeologico dei quattro edifici sacri, che servì a far sospendere i lavori. Naturalmente fu subito guerra tra i fautori della zona archeologica e i fautori dell'edificazione. Il 22 ottobre 1926 Mussolini in persona si recò sul luogo e, ascoltati i pareri della due fazioni, si pronunciò per la salvezza dell'area. La sistemazione dell'Area Sacra fu eseguita sotto la direzione di Antonio Muñoz, ispettore superiore per l'Archeologia e le Belle Arti. I lavori, di salvataggio dell’area, furono eseguiti in sei mesi e il 21 aprile 1929 il "Foro Argentina" fu inaugurato da Mussolini.

lunedì 18 ottobre 2010

L'intervista!

Intervista “liberamente” tratta dal film Il Duello- Frost/Nixon
“A volte quando si è in carica bisogna fare molte cose che forse non si possono definire, nel senso stretto della legge, legali, ma vengono fatte per conseguire il bene più alto della nazione”. Con queste parole, il 23 marzo, il Presidente americano, Richard Nixon, a tre anni dalle sue dimissioni, “gioca” una delle partite più importanti  della storia americana.  Scende in campo per confrontarsi, non solo sui temi di politica estera e interna che caratterizzarono gli anni del suo mandato, ma con la notizia più “ricercata e seguita” dal mondo intero: lo scandalo Watergate che ebbe inizio con quella serie di abusi di potere che segnarono il biennio 1972-‘74,  e furono messi in piedi  dell'amministrazione Nixon allo scopo di indebolire l'opposizione politica dei movimenti pacifisti e del Partito democratico.
Signor Presidente, cosa mi dice della registrazione tra lei e Charles Colson, del 20 giugno, dove si asserisce “che l’intera indagine si concluderà almeno che uno dei 7 non cominci a parlare”?
Mi dispiace la fermo qua. Mi sta citando fuori contesto e non in sequenza.
E cosa mi dice del suo avvocato personale che a febbraio  ha cercato di mettere insieme la somma di 219 mila dollari per poter pagare il silenzio di coloro che avevano scassinato? (entrando nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico)
Pensavo che quel denaro servisse per scopi umanitari, per finanziare la povera gente. Cosa avrei dovuto fare? Sì, forse avrei dovuto denunciare Holdman ed Howard. Ma io non sono quel tipo di uomo. Conoscevo le loro famiglie.
Mi sta dicendo che il Presidente può fare qualcosa di illegale?
Sto dicendo che se è il Presidente a farlo è legale.
Secondo lei, esiste un termine diverso per parlare degli errori che ha commesso?
Ho commesso errori orribili. Errori non degni di un presidente. Ho commesso un insabbiamento. Insisto con il dire che sono stati errori del cuore.
E cosa mi dice della guerra in Vietnam?
Il Vietnam non era la mia guerra ma la mia eredità. Credo che l’opinione pubblica non abbia compreso l’importanza di questa guerra. Il mondo ci guardava con gli occhi addosso.
E per la Cambogia le motivazioni sono state le stesse?
Con le nostre incursioni in Cambogia siamo riusciti a requisire migliaia tra fucili, munizioni, proiettili e razzi che sarebbero certo stati utilizzati contro i nostri soldati. Sa che le dico? Magari l’avessi fatto prima.
E  al popolo americano, oggi, cosa dice?
L’ho tradito. Ho tradito i miei amici. E quello che è peggio ho tradito il nostro sistema di governo.
E ai giovani?
Ho tradito tutti coloro che volevano entrare in politica e ora dicono che è tutto corrotto.
E del suo futuro?
La mia vita politica è finita.

giovedì 14 ottobre 2010

Il Teatro India a Roma

Articolo uscito sulla Rivista online EZ Rome
14/10/2010

Teatro India: quando l’archeologia industriale “indossa” la cultura.

 
TeatroIndia1Un antico opificio dimesso. Una fabbrica tessile non più funzionante. Insomma, degli edifici industriali, non più attivi già durante lo scorso millennio, su cui si sperimentano forme contrastanti in convivenza architettonica, fa parlare di “archeologia industriale”. Che cosa succede se si prende uno di questi ex fabbricati, per esempio, uno di quelli che a Roma si affacciano sul Lungotevere dei Papareschi,  lo si svuota dal suo contenuto “produttivo” e lo si riempie di mobilia culturale,  recuperandone in toto l’involucro? Il risultato è eccezionale. Il paesaggio urbano acquista una nuova valenza mentre la collettività ne può assaporare la sua inebriante e surreale dimensione.


Teatro_di_RomaEd è proprio quello che è stato fatto. Siamo a Roma, sull’altra sponda del Tevere rispetto al Gazometro, nei pressi di Viale Marconi. E siamo di fronte all’ex fabbrica della Mira Lanza che dopo il processo di “svuotamento-riempimento”  si è trasformata in un teatro e il suo  nome, oggi, è  Teatro India.

Nato come seconda sede al Teatro di Roma, dopo quella del Teatro Argentina, il  Teatro India è stato valuto dall’amministrazione comunale di Roma, intenzionata a rendere funzionale l’area industriale  preservandone la memoria architettonica, e da Mario Martone (attore, regista e allora direttore artistico del Teatro Argentino) che ne ha seguito personalmente i progetti. Lo stabile è stato inaugurato nel 1999. Un edificio, questo, oramai entrato nella storia romana.

Una grande costruzione, dai tetti spioventi, suddivisa in tre navate e ricoperta da mattoni scuri. Si accede all’interno attraverso un cortile, diviso in due grandi spazi, dal pavimento in ghiaia intervallato  da  aree erbose. Lo spazio interno si apre su un ampio atrio di circa 400 metri quadrati dalle grandi pareti bianche e dal soffitto a capriate lignee. Ed è da qui che si passa alle due sale teatrali: la sala A e la sala B.

La sala A è dotata di una tribuna fissa che accoglie da un minimo di 180  a un massimo di 300 ospiti. Il soffitto della sala riproduce le caratteristiche di quelle evidenziate per l’atrio; mentre, le pareti sono nere e il pavimento è di tipo “a cemento industriale”.

La tribuna della sala B, invece, è mobile e vi alloggiano dalle 132 alle 300 persone. Il soffitto, il pavimento e le pareti vivono della continuità estetica della sala A e dell’atrio. A queste due sale si è affiancata, da non molto tempo,  la sala C.

Teatro_ArgentinaUno spazio, quest’ultimo, confortevole anche per il “caldo” pavimento a parquet adatto per la danza. Una sala interessante e importante soprattutto per i suoi 8,60 metri di larghezza e i 47 metri di lunghezza. E questa è la sala prove del Teatro di Roma: capiente, attrezzata e facilmente raggiungibile da chi sta lavorando nelle altre due sale e la cui struttura  è, comunque, molto semplice: i posti per gli spettatori sono stati sistemati su gradoni realizzati ad hoc.

E il nome? Perché Teatro India? Che cosa lega un Teatro, nato nel cuore della capitale italiana, con l’India? Il nome fu scelto proprio da Mario Martone che lo collegò all’altro stabile che ha un nome, appunto, appartenente a una nazione. Così con “India” si voleva evocare un luogo ricco di storia e di memorie trasformando lo spettatore in un viaggiatore nomade che nell’attraversare uno spazio fatto di tanti altri spazi, modellati su quel  sistema complementare tra architettura industriale e natura, ne vivesse appieno la grandiosità.

Il Teatro India si trova in via Luigi Pierantoni, 6 e poco distante ci sono le fermata degli autobus delle linee:
170 che transita per la Stazione Metro B Marconi e fa capolinea a piazza Venezia;
766 che transita per la Stazione Metro B Basilica San Paolo e fa capolinea alla Stazione di Trastevere;
780 che raggiunge Piazza Venezia passando per Viale Trastevere; e
781 che arriva dal quartiere Magliana e raggiunge Piazza Venezia percorrendo la stessa tratta del 170 da viale Marconi.

 

 
 
 

 

mercoledì 13 ottobre 2010

Paolo Giordano e Ron Leshem hanno aperto il Festival Internazionale della Letteratura Ebraica a Roma.

L'articolo è stato pubblicato dalla Rivista Omero:

Paolo Giordano e Ron Leshem   
di Antonietta Meringola

 
 Paolo Giordano e Ron Leshem

Sono stati due giovani scrittori, l'italiano Paolo Giordano e l'israeliano Ron Leshem a dare il via al Festival Internazionale di Letteratura Ebraica, giunto alla sua terza edizione, e che Roma ospiterà fino al 13 ottobre. L'incontro tra i due scrittori, dal tema "Natural born writers", a mò di partita di ritorno, poiché l'italiano Giordano era stato già intervistato a Gerusalemme e sulle stesse tematiche dall'israeliano Leshem, si è giocato sul campo dell'essere giovani autori che con le loro opere prime, divenute anche film per il grande schermo, "La solitudine dei numeri primi" (Mondatori, 2008) e "Tredici soldati" (Rizzoli, 2007), hanno conquistato il pubblico internazionale. E mentre, i versi di Ronny Someck "Noi sulla torta in posa/ come le statuine, sposo e sposa./ E se un coltello si insinuerà/ ci impegneremo/ a rimanere sulla stessa fetta" aleggiano ancora lievi sulla serata del 9 ottobre, l'incontro-viaggio, con lo scrittore israeliano, "esplorato" da Paolo Giordano, ha inizio.
Ron Leshem parla della bellezza della sua terra, dell'estrosità e della grandiosità di Tel Aviv ma anche del fatto che "per certi versi è un grande manicomio. E' un paese con un pesante passato dove ciascuno ha perso un parente, un amico, un conoscente", e lui si sente fortunato: "è diventato un manicomio dipendente" anche perché il suo lavoro di scrittura inizia sempre come una specie di inchiesta giornalistica, un lavoro di ricerca che riguarda personaggi, luoghi e vicende e "io devo entrare sotto la pelle dei miei personaggi. E ad occhi chiusi mi muovo con un certo amore per loro, anzi, a volte me ne innamoro proprio". E il suo amore per la scrittura è profondamente palpabile, si capisce, si sente ma l'uomo-scrittore finisce anche per ammetterlo: "mi piace scrivere proprio perchè posso esplorare il fondo di me stesso. Voglio dire, i miei desideri più profondi e metterli in scena sulla pagina. Così come tutte le esperienze che avrei voluto avere e che non ho avuto". La sua creatura, il suo libro, "Tredici soldati", non è un'opera sulla guerra. Bisogna sfogliare bene quei giovani personaggi, le vicende, e il loro legame per accorgersi che in realtà Ron Leshem ha voluto "creare la storia di un regno di bambini. Una sorta di mondo immaginario popolato da bambini che vivono insieme, che danno vita a un paese diverso, a una comunità diversa, senza la super visione degli adulti" e l'idea forte che viene fuori, pagina dopo pagina, è proprio quella "di restituire al foglio scritto una esperienza così: il tipo di amicizia che lega questi ragazzini. Forte, come quella che può nascere tra le persone molto giovani". E i giovani israeliani continuano a vivere nelle parole di Leshem anche quando racconta dei suoi viaggi e fa un confronto con l'Italia: "ancora una volta mi ritrovo su un terreno comune, cioè, i giovani, salvo alcune eccezioni, forse non credono più nella possibilità di un cambiamento". Ma non si da per vinto lui, anzi, dopo un breve paragone con gli scrittori italiani "credo che noi scrittori israeliani, come voi italiani, soffriamo un po' degli stessi problemi. Nel senso che qualsiasi cosa ci accingiamo a scrivere, qualunque cosa, volente o nolente, avrà in filigrana un riferimento alla politica", racconta su che cosa sta lavorando in questo periodo. Ed ecco che viene fuori di nuovo la tematica a lui tanto cara: i giovani. "In questo periodo sto scrivendo due serie televisive. La prima parla di come ci si sente ad avere 17 anni nell'Israele odierno. L'altra è invece una cosa completamente diversa. Parlo di una famiglia in cui il figlio scopre un bel giorno che i suoi genitori sono due spie russe. Effettivamente è successo. E' una storia vera. Mi sto divertendo con questo lavoro perché, detto tra le righe, in realtà c'è una storia diversa che è legata alla famiglia, al senso dell' appartenenza e alla lealtà verso i genitori anche quando si scoprono delle cose non belle su di loro". E sul finire della serata, quando le luci nella sala stanno per spegnersi, Ron Leshem, prende in mano il microfono per una volta ancora e quasi a voler chiamare in causa, a legarlo ancora un po' di più a se, il suo amico scrittore, Paolo Giordano, dice: "Tu ti trovi in una situazione analoga a quella mia. So della politica nel tuo paese, un sacco di cose, e come scrittore di colpo ti trovi ad avere un ruolo nella società. Ti viene attribuito un ruolo che va molto al di là delle storie e dei racconti che metti sulla pagina".



Scritto il 13.10.10 alle 05:15 

giovedì 7 ottobre 2010

Una città a misura di "cane".


 ''I dati sulla diminuzione degli ingressi di animali nelle strutture comunali nel periodo estivo e sull'aumento delle adozioni di cani e gatti accolti nei centri gestiti dal Campidoglio dimostrano il successo della campagna di sensibilizzazione lanciata dall'Amministrazione Comunale e rivolta ai cittadini romani”. E' quanto dichiarato, a inizio settembre, da una nota del presidente della Commissione Ambiente e Diritti degli animali del Comune di Roma, Andrea De Priamo(.http://www.andreadepriamo.it/index.asp?page=notizie_view.asp&id=934) Dai tre canili comunali di Roma (La Muratela, Ex-Cinodromo, Ex-Poverello) e di altre strutture private che gravitano intorno ad essi (Cani della Valle dei Cuccioli o Cani di Villa Andreaina), intanto, la nota si sveste del suo tono ottimistico e surclassa in un  Oggi il canile comunale di Roma ospita più del doppio dei cani che la struttura potrebbe contenere a causa del numero degli abbandoni drasticamente aumentato durante la stagione estiva”. Ma dati alla mano (diffusi dal Presidente dall’Associazione Volontari Canile Porta Portese, Simona Novi, che gestisce i canili romani dal 1997) e per il solo canile di Muratela, il risultano è proverbiale: sono stati 420 gli animali abbandonati, nel periodo 1° giugno-23 agosto,   e il dato non smentisce  quanto registrato nel 2009, quanto ne entrarono ben 437. Continuando la ricerca si arriva alla pagina delle possibili adozioni nei canili comunali e allora ci si imbatte in una lista infinita di foto, di racconti, e di richieste. Ci sono Rudy, Birba, Attila, Chicco, Blanche e altri centinaia di cani con storie di abbandoni e di maltrattamenti,  pronti per essere adottati.  Perché? Perché l’essere umano a un certo punto indossa gli abiti del cattivo e con un semplice gesto apre la portiera della sua auto e dice “su via!” al suo fedele compagno? C’è chi parla di vacanze, di difficoltà e costi da affrontare per farsi accompagnare dagli  amici a 4 zampe. Ma  ci sono anche tante “cattive” storie di vicinato, di gente che maschera  la loro cinofobia con il perbenismo: “il cane da fastidio perché abbaia, ho il balcone pieno dei peli del tuo cane, e la pipì del tuo cane puzza”  che arriva a svilire e sfinire anche il proprietario più risoluto e coraggioso fino al punto di pensare che è più “conveniente” abbandonare il suo amico al primo angolo di strada pur di non  incappare in lunghe ed estenuanti beghe legali.